I preti terribilmente soli. Pareri di laici/02
A seguito dell'articolo di Daniele Rocchetti, molti preti hanno risposto. Alcune testimonianze sono state pubblicate. Ma hanno risposto anche alcuni laici. Anche loro pubblichiamo molto volentieri
Caro Daniele, provo a scrivere poche righe sulla riflessione alla quale mi hai invitato. Raccolgo poche idee un po’ di corsa, condizionato da alcune scadenze. Non so se questi pensieri possano avere qualche valore. Non hanno per nulla il senso di un articolo, quanto piuttosto quello di uno scambio con il tono della nostra “amicizia da lontano”.
Il prete è cercato perché serve
Mi pare che sulle questioni di fondo che in specifico definiscono la solitudine del prete nelle nostre comunità, cristiane e umane, abbia detto tu con molta chiarezza nell’articolo introduttivo. Sono in gioco una serie di processi che si riflettono uno nell’altro.
L’aspetto che mi pare decisivo è quello di contesto. Il sacerdozio cattolico è sempre stato segnato, storicamente, da una solitudine impegnativa ed esigente, ma tanto più è tale ora, quella solitudine, in una società sempre più secolarizzata, in cui l’appartenenza religiosa, con le sue pratiche, le sue devozioni, i suoi legami, i suoi racconti, non può più essere presupposta, ma anzi progressivamente sbiadisce e muta.
Difficile sentire l'impegno di una storia comune, quando di comune c’è così poco
È difficile sentire l’amicizia degli altri, il gusto e l’impegno di una storia comune, quando di comune c’è così poco di quello che sta al fondo della propria vita, e quando da condividere c’è qualche pratica svuotata, qualche rito che risuona poco, che non riesce più a convertire, a orientare la vita.
Spesso il sacerdote vive la distanza, magari l’indifferenza, magari lo scetticismo di chi ha intorno, che appare così estraneo a ciò che ha nel cuore. Si sente cercato per le sue “utilità”, per la supplenza che offre alla famiglia e alla società nel sostegno alle loro fragilità, piuttosto che per la sua spiritualità, per la sua persona, per una ricchezza pastorale capace di curare e accompagnare fraternamente.
Il prete si sente mancare il fiato
L’etica, la testimonianza concreta, è una forma privilegiata della fede, ma progressivamente sembra staccarsi dalla sua origine per lo stesso prete, che rischia di annegare nel fare, nel correre, nel moltiplicarsi per tutto. Si squilibra il rapporto tra l’interno e l’esterno della vita.
Si squilibra il rapporto tra l’interno e l’esterno della vita
È uno sfondo su cui nasce il circolo vizioso che rende la parola sacerdotale sempre più fioca e esteriore, e la comunità sempre più sparuta e disorientata.
Il prete, soprattutto il parroco, ormai è assediato dalle incombenze, non riesce a coltivarsi, a studiare, a pregare, a preparare omelie, percorsi, catechesi; non riesce a fare comunità con altri confratelli, probabilmente sente ogni tanto mancargli il fiato, mentre cerca di tenere viva la grazia della sua vocazione.
La vita, la sua organizzazione, le sue vertigini
Ho solo ripreso quello che avevi evidenziato tu. Una riflessione sulla solitudine del prete e sulla contestuale trasformazione del cristianesimo nelle società secolarizzate aprirebbe a questioni davvero complesse, che non provo neanche ad affrontare (il ruolo dei laici, il problema della castità, la presenza della donna e l’ipotesi del sacerdozio femminile …). Scelgo però una questione che sento familiare e riguarda un aspetto ancora più di sfondo della cultura del nostro tempo.
Si insiste sulle competenze più che sulle conoscenze
L’organizzazione della vita è davvero esigente, sembra di vivere un’accelerazione storica, che dà un po’ di vertigine. Nei processi formativi si insiste per questo, credo, sulle competenze, che sostituirebbero le conoscenze: inutile imparare qualcosa che è obsoleto dopo un momento, meglio “imparare a imparare”. Naturalmente bisognerebbe intendersi circa le conoscenze cui si fa riferimento, e circa il senso di un’affermazione del genere, che rischia di togliere alla ragione la condizione della sua umanità, piuttosto che renderla più acuta e efficace.
Anche l'insegnante e il medico... Si esige una cura alla quale si toglie il senso
Senza entrare nel merito del tema, quello che pare evidente è che lo stesso ritmo del vivere, le sue esigenze di organizzazione, le sue forme di comunicazione, incidono profondamente nelle condizioni della cultura e della spiritualità. Per il prete la questione è più radicale, perché è con più evidenza segnato dalla coltivazione spirituale e dalla cura che da essa deve nascere e venire improntata.
Ma non è tanto diverso per un insegnante e per un medico di base, ad esempio, che in forme proprie sono impegnati a loro volta in uno scoraggiante lavoro di supplenza e di affiancamento alle fatiche delle famiglie e della società, rischiando anch’essi di sfibrarsi in compiti organizzativi e funzionalistici sollecitati dalla natura del “sistema burocratico”, trovandosi progressivamente poveri di tempo e di parole un po’ vere da dire a chi hanno di fronte, dimentichi del fuoco sotto la cenere.
Prete, insegnante, medico sono in un gioco di forze nel quale quasi scompaiono
Sconforta, per professioni così delicate, il confronto con la condizione di lavoro di pochi anni fa. Quanto più pone l’accento sulla personalizzazione dell’insegnamento, ad esempio, tanto più la retorica educativa dell’istituzione appare quasi grottesca. È facile trasporre lo stesso discorso nella parola del medico e del sacerdote, impegnati ognuno nella propria cura elettiva, consegnati a un rapporto di forze in cui quasi scompaiono.
Ed è anche facile capire che la solitudine di chi dovrebbe curare è la stessa di chi cerca qualche soccorso, di qualunque natura esso sia. Sembra, la nostra, una forma di vita che mentre si impegna a organizzare le condizioni della cura – spirituale, educativa, di prossimità – intanto le toglie il suo senso e il suo spazio. Strano non accorgersene.
Qualche forma di felicità o anche solo di quiete...
Eppure. Appunto l’uomo spirituale tiene un po’ a bada la paura che abbiamo tutti, la preoccupazione dell’avvizzimento del cuore. Non si spaventa soltanto della natura scoraggiante ed esteriore dell’organizzare. Dei tempi difficili in cui vivere, che sono stati sempre di tutti gli uomini. Chi riesce a difendere un po’ della grazia originaria della sua vita, della sua scelta, nel suo mestiere tra gli altri, sa che la solitudine e la paura sono anche il frutto di un difetto di prospettiva, perché hanno accompagnato ogni esistenza in ogni tempo.
Non si è esonerati dal decidere, dal resistere a processi disumanizzanti, protestando contro quelle che sembrano rischiose derive; chissà, però, che non si possa farlo, nella resistenza e nella resa, sentendo qualche forma di felicità o per lo meno di quiete, da qualche parte, per la compagnia dello spirito, il proprio e quello degli amici, immaginandone la voce negli altri, in tutti (“gli splendidi e ignari figli di dio”).
Io penso che i preti sappiano che la causa del loro dio non è una chiesa storica, ma la storia, ovunque essa porti le sorti della loro piccola vicenda.
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