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Il cardinal Ravasi. Intervista/01

Da laico nella città. Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Il cardinale, il desiderio di aperture verso l'altro, il valore di una cultura "eclettica".
La passione per il cinema.
L'amicizia con Ermanno Olmi e il progetto non realizzato di un film su Gesù.

Mi è capitato più volte di invitare il cardinal Ravasi a tenere incontri e conferenze nella nostra città. In ogni occasione, un amico molto caro, non credente, mi chiedeva di riservargli un posto per poterlo ascoltare. La cosa mi ha incuriosito e un giorno gliene ho chiesto la ragione. Mi ha risposto così: “Lui è credente e io non lo sono. Ma le sue parole mi interrogano e mi provocano. E’ raro, almeno per me, ascoltare uomini di fede che sanno gettare ponti con chi non la pensa come loro”. 

"Gettare ponti"

Forse la parabola umana e spirituale del cardinal Ravasi è proprio questa: gettare ponti tra donne e uomini diversi per fede e per convinzione. Provocati da un pensiero che attingendo senza sconti alla Parola di Dio non rinuncia mai a intrecciarlo sapientemente con le tante parole della letteratura, della poesia, della musica, del cinema. Un esercizio di discernimento che fa storcere il naso a chi lo accusa di irenismo e che lo ha reso però capace di essere un interlocutore credibile e autorevole per tanti, tantissimi, che si ritrovano, sull’umano, attorno alle terre di mezzo. Pensanti, avrebbe detto il cardinal Martini a cui Ravasi era molto affezionato.  

Penso queste cose mentre salgo le scale del Palazzo, posto in via della Conciliazione, che ospita la sede del Cortile dei Gentili, la struttura del Dicastero per la cultura e l’educazione costituita per favorire l’incontro e il dialogo tra credenti e non credenti, di cui Ravasi è stato il fondatore.

Eclettico

Il cardinale si presenta puntualissimo all’incontro e prima di avviare il nostro dialogo mi chiede di poter fare una premessa. “Per cosa?”, gli chiedo. “Per spiegare l’atteggiamento, direi costitutivo, con cui da sempre cerco di guardare il mondo e la vita. Che è quello dell’essere sostanzialmente un eclettico. Molti possono considerarlo un limite, per me è stata una scelta. Pur avendo avuto una specializzazione, quella dell'essere esegeta, sono stato sempre fortemente interessato verso un arcobaleno di interessi molto vasto. Credo di aver custodito la curiositas latina che ha come base la cura e il prendersi cura, l’interesse per numerose arti che mi hanno molto coinvolto. Qualcuno può leggerlo come un limite però è qui, in questa linea, che si colloca anche la mia opzione di adottare la via della divulgazione. Che, lo comprendo, è sempre approssimazione. L’unica autodifesa che sento di fare è di essermi difeso, in questo modo,  dall’iperspecializzazione che porta molte discipline ad una sofisticata competenza ma anche, a volte, ad un linguaggio tendenzialmente esoterico e ad una mancanza di respiro globale.

Nell’antichità classica l’ecclettismo era considerato l’esatto contrario perché eklego era la capacità di selezionare, di scegliere. Le confesso che da giovane studente non sono mai stato capace di non leggere contemporaneamente un testo di teologia e, insieme, i romanzi che allora venivano pubblicati, in un tempo in cui, certamente più di adesso, le siepi erano molto più alte e i confini tra discipline ben perimetrati e divisi. E’ una questione di metodo a cui ho cercato di tener fede tutta la vita". 

Mi pare che il Cortile dei Gentili vada proprio in questa linea...

Sì, nasce dal desiderio di vedere al di là dell’altro terreno, nell’altra regione, fare i conti seriamente con la differenza dell’altro, prenderla sul serio. Ho cercato di essere sempre dialogico e credo di esserlo per natura. Mi è più facile rispettare l’altro che attaccarlo, aggredirlo. Devo prima sentire tutte le sue ragioni, e poi magari scoprire di non condividerne nessuna, però devo mettermi in ascolto. È ciò che sta alla base del Cortile. Qualcosa che oggi mi pare si stia estinguendo perché è molto più semplice il confronto-scontro. Il pensiero è spesso binario, polarizzato, senza troppe sfumature.

La stessa conoscenza, d’altronde, è per natura plurale. Serve certo il canale razionale o religioso, serve, ed è fondamentale, la logica formale, però altrettanto necessarie sono l’arte, l’estetica. La complessità del conoscere, la polimorfia del conoscere, se vuole, sono ancora una difesa dell'eclettismo. Avendo a che fare con molti scienziati vedo che in tanti di loro è chiara la convinzione che scienza e fede sono due magisteri non sovrapponibili, il famoso Non overlapping magisteria di Stephen Gould che nei Pilastri del tempo sostiene: Il magistero della scienza copre la realtà empirica: di che cosa è composto l'universo (il 'fatto') e perché funziona così (la 'teoria'). Il magistero della religione si estende sulle questioni del significato ultimo e dei valori morali. Questi due magisteri non si intersecano, né esauriscono ogni tipo di ricerca (consideriamo per esempio il magistero dell'arte e il significato di bellezza).

A proposito di molteplici interessi, lei ha sempre amato il cinema...

Ci conosciamo da molto tempo e sa che scrivo e leggo soprattutto di notte. Proprio stanotte ho terminato un testo che mi hanno chiesto per le edizioni Solferino. Stanno preparando un libro su cento cristiani significativi del Novecento. Il volume è affidato a cento autori che hanno a disposizione 10.000 battute ciascuno per raccontare un profilo.  Quando mi hanno sottoposto la lista, ho scoperto che i nomi della letteratura erano già stati assegnati. Allora mi sono detto: “rompiamo lo schema, scelgo il cinema”. Così ho scelto un autore molto difficile: Andrei Tarkovskij. Ero incerto tra Dreyer e Bresson ma poi ho preferito il regista russo per varie ragioni. Certo perché attraverso i suoi film ha creato una profonda prossimità con la cultura e la spiritualità ortodossa ma soprattutto per Andrej Rublev, un capolavoro in assoluto non solo della fede, della crisi di fede anche dell'arte, della crisi dell'arte. Un film straordinario.

Nel mondo del cinema lei ha coltivato una lunga amicizia con Ermanno Olmi

La scoperta avvenne mentre ero studente liceale. In seminario ci proposero “Il tempo si è fermato”, il primo lavoro del regista. Un documentario che racconta l’incontro e la convivenza di due operai, uno anziano e l’altro giovane, guardiani d’inverno su una diga vicina all’Adamello. Rimasi letteralmente conquistato, in particolare dai silenzi che attraversavano quelle sequenze in bianco e nero, silenzi in verità “bianchi”, cioè colmi di parole implicite, ben più incisive delle poche frasi scambiate dai due protagonisti, mentre il ticchettio di una sveglia scandiva il colare lento del tempo.

In realtà, Olmi l’ho conosciuto molti anni dopo, quando era già molto affermato, alla presentazione di “Cammina cammina”, il film che narra la vicenda dei magi del Vangelo. Da allora, vi è stato un dialogo continuo, cresciuto secondo lo stile di quel primo film, fatto di silenzi e di lontananza, di telefonate e scritti. Ogni volta che ci incontravamo, era come se fossimo stati insieme da sempre ed era uno scambio fecondo di pensieri, di sentimenti e di parole su questioni che stavano a cuore ad entrambi. Ermanno era un uomo generoso, profondamente generoso, e sempre in ricerca. Gli piaceva una frase che un giorno lo scrittore francese Julien Green mi aveva detto: “Finchè si è inquieti si può stare tranquilli”. Sì, per lui la fede era inquietudine, come domanda inquieta. E il cristianesimo la religione dell’incarnazione, dei poveri, degli ultimi. 

Lei ha scritto che Olmi è stato cantore di un cinema dalla spiritualità tormentata..:

E’ vero. Ermanno era una persona dolce e positiva ma il suo cinema era provocatorio. Pensi solo a “Centochiodi” o al “Villaggio di cartone”. Era critico nei confronti di un cristianesimo che non rifletteva completamente ai suoi occhi il “costo” della redenzione, il “costo” della fede, una fede che bisogna tirare fuori dall’anima e dalla carne. In fondo per lui contava soprattutto il cristianesimo della crocefissione. Sì, certo era un credente e dunque nel suo cinema lo sguardo non è mai disperato, aleggia sempre la speranza della Pasqua. Però per lui valeva profondamente quanto un nostro comune amico, Carlo Bo, diceva: “il consenso senza sofferenza dato a Dio è un modo per non rispondergli”. Dio è nei pertugi della sofferenza, del limite, del dolore e delle ingiustizie del mondo. La fede di Ermanno non era a basso prezzo.

So che avete pensato insieme un progetto di realizzare un film su Gesù...

Avevamo coinvolto anche Claudio Magris e c’era la disponibilità della Rai a produrlo. Avevo suggerito di prendere come testo di riferimento il Vangelo di Marco. Ermanno all’inizio si era entusiasmato e voleva farlo alla sua maniera. Ci siamo confrontati a lungo ma poi il progetto è naufragato. Credo che, ad un certo punto,  sentisse la sfida come eccessiva. Già prima, diverse volte si era confrontato con il testo biblico, pensi a Genesi o, appunto, a Cammina cammina, ma poi, come successe a Dreyer, l’impresa di un film su Gesù gli è parsa troppo ardua.

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