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“Figlia mia cara”

strada

Veder morire i propri figli è lo strazio più lacerante per un genitore. Lo diciamo tutti. Una madre perde la figlia per una malattia incurabile. E’ successo qualche giorno fa. Ci è capitato in mano una lettera, una dichiarazione che la mamma - ultraottantenne - della defunta ha letto al funerale. Il documento non dice nulla di straordinario, il linguaggio è semplice, quotidiano: è l’ultimo colloquio con la figlia che se ne è andata. Proprio perché dice quello che tutti diremmo, in una situazione nella quale è così difficile dire, le poche parole del documento ci sembrano di una bellezza, di una autenticità disarmante. Fa notizia perché non vuole fare notizia. Lasciamo nell’anonimato nomi e luoghi. Ci limitiamo a trascriverlo e a proporlo ai nostri lettori.

 

Padre misericordioso, Signore della vita, grazie per avercela data: un dono grande la sua vita.

Gesù Cristo, speranza di ogni uomo, ti preghiamo, accoglila nel tuo Paradiso, dove non c’è posto per il dolore e le miserie umane…

I figli non sono i nostri… li abbiamo in custodia per accompagnarli, amarli e accompagnarli nella loro crescita, ascoltarli e poi… Lui il Padre sa, Lui vede, io non capisco. [nome] in breve tempo ha raggiunto papà [nome].

Ora riposate in pace.

Grazie [nome], figlia mia cara, per il bene grande chi mi hai voluto, per le tante gioie vissute con te.

Ti accompagna la mia preghiera.

Ciao e arrivederci.

 

Da notare: il “saluto” inizia con una straordinaria affermazione di fede: si rivolge al Padre e a Gesù Cristo. Poi prosegue con uno spunto morale (i figli non sono nostri…) e il dolore sommesso per il “breve tempo” della vita: anche questa, che è parte della grande provocazione, viene riferita al Padre che sa, mentre lei, la madre, “non capisce”. Poi, lo sguardo al futuro, quello della figlia alla quale augura di riposare in pace e la sua relazione con lei: ciao e arrivederci.

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