Molto spesso il coraggio lo si ha quando non si ha più nulla da perdere. Ci sono però donne e uomini, di mondo e di Chiesa, che non smettono di ricordarci l’urgenza di costruire una terra più vicina al "sogno di Dio", tenendo alta l’asticella della denuncia anche quando ricoprono incarichi di responsabilità. Il caso del vescovo di Palermo, la sua lettera, gli insulti di cui è stato bersaglio
Costi quel che costi. In questo senso, risuonano profetiche le parole che padre Turoldo ha usato nell’introdurre un libro di don Tonino Bello: “Caro fratello vescovo, non inoltrarti troppo su queste strade dei poveri. Vedrai quanto dovrai soffrire! [...] Ti grideranno dietro: ‘Tanto più che sei vescovo’, rovesciando la verità, perché dovrebbe essere: ‘Proprio perché sei vescovo’”.
Una lettera coraggiosa. Mittente: Lorefice, vescovo di Palermo
Questa riflessione mi è tornata alla mente leggendo la splendida lettera di mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, indirizzata a Mediterranea Saving Humans (potete leggerla su: www.chiesadipalermo.it). Mentre a Trapani si commemoravano i migranti - un migliaio secondo diverse fonti - morti nell'indifferenza e i corpi affioravano sulle spiagge dopo il ciclone Harry, Lorefice ha usato parole di rara forza:
Sono dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro, ancora scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel silenzio di precise scelte politiche”. L'Arcivescovo non si limita alla solidarietà, ma affonda il colpo contro l'ipocrisia normativa: "Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo – come non pensare in questo momento all’altra strage in atto nella Striscia di Gaza! –, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche e dalla guerra ai poveri”.
Il vescovo Lorefice è linciato dai social e la carità annega nei commenti
Questa "parresia", certo non così usuale tra le donne e gli uomini di fede - ha scatenato sui social una tempesta di reazioni che mette a nudo una deriva civile inquietante. Questo livore non è semplice dissenso, ma la manifestazione di una patologia sociale precisa: l'aporofobia. Coniato dalla filosofa Adela Cortina, il termine definisce il rifiuto del povero (áporos, senza risorse). A differenza della xenofobia, che colpisce lo straniero in quanto tale, l’aporofobia colpisce chi non ha nulla da offrire nello scambio economico. È il motivo per cui la società accoglie con favore il turista facoltoso, ma aggredisce il migrante: il problema non è la provenienza, è la miseria.
Sui social, questa paura si traduce in una stigmatizzazione violenta: attaccare mons. Lorefice (a cui va la nostra piena solidarietà) o chi salva vite in mare serve a distanziare se stessi dalla vulnerabilità dell'altro, trasformando l'indigente in un "fastidio" da eliminare. Quando la solidarietà viene percepita come una provocazione, significa che abbiamo smarrito la bussola dell'umano. Non è solo un attacco a un uomo di fede o a una ONG: è il sintomo di una società che, per non guardare in faccia la propria coscienza, preferisce annegare la carità nel fango dei commenti.
Se il grido di chi affoga e la parola di chi denuncia diventano rumore di fondo da zittire, il vero naufragio non è quello che avviene al largo delle nostre coste, ma quello che sta consumando, lentamente e inesorabilmente, la nostra dignità di esseri umani.
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Rocchetti