Rocchetti/La crepa e la luce. Un libro da leggere

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Da laico nella città

“La crepa e la luce” è il titolo di un libro
che Gemma Calabresi, vedova del Commissario ucciso da Lotta Continua,
ha pubblicato da poco

Forse è il caso di partire dalla copertina, bellissima. Una fotografia in bianco e nero, scattata il giorno del matrimonio. In primo piano una donna con il vestito di nozze, felice e solare. Dietro, sfuocato, lo sposo, di cui si intravvede il sorriso. I due si tengono per mano ed è evidente quanto siano contenti.

La foto di due sposi felici

Gli sposi sono Gemma Capra e Luigi Calabresi e la data è il 31 maggio del 1969. Sei mesi e mezzo prima di quel dannato 12 dicembre, giorno della bomba messa nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano che uccise 17 persone e ne ferì 88. Piazza Fontana cambiò il corso di tante cose. Quello della storia del nostro Paese. Certamente quello della vita dei due sposi.

Un riverbero violento, quello della bomba, che arriverà fino al 17 maggio del 1972 quando Luigi Calabresi, commissario di Polizia contro il quale, dalla sera della morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, si era intentata una ferocissima campagna d’odio, viene ucciso con due colpi di pistola alle spalle, a pochi metri dalla sua casa mentre si reca al lavoro.

17 maggio 1972: Luigi Calabresi viene assassinato

Gemma Calabresi (ospite della prossima edizione di Molte Fedi – giovedì 29 settembre ore 20.45 – Chiesa di Sant’Andrea in Città Alta) mette per scritto il lungo cammino, durato una vita intera, per rielaborare il dramma vissuto. Quando il commissario viene assassinato, Gemma ha venticinque anni e due bambini – Mario che aveva poco più di due anni, Paolo, di un anno solo – ed è incinta del terzo figlio che sarà chiamato Luigi, come il papà. 

“C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce”

Il libro, il cui titolo richiama Anthem di Leonardo CohenC’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce –  è bellissimo. Perché è il racconto di un tormento che non nasconde le fatiche. Eppure sa giungere ad uno sguardo che, senza dimenticare, è pacificato. Non ho mai creduto a chi elargisce il perdono subito dopo l’offesa ricevuta. So quanto è dolorosa la strada della riconciliazione.

Ho dialogato a lungo con Nedo Fiano e Hanna Weiss, con Shlomo Venezia e Sami Modiano, deportati e sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau; ho trascorso tante ore con Francesco Pirini che dalla collina di fronte a Montesole, il 29 settembre del 1944,  vide massacrare quasi tutta la sua famiglia, eccetto la sorella Livia, salvatasi solo per essere stata sommersa e nascosta  sotto un mucchio di cadaveri. Ho sentito la loro rabbia, ho imparato a rispettare i loro silenzi. Ho imparato che non c’è un unico modo per reagire alla violenza subita. 

“Degli altri bisogna fidarsi”

Gemma Calabresi, sposatasi poi in secondo nozze con il poeta e pittore Tonino Milite con il quale avrà poi Uber, il quarto figlio, nel libro racconta come dal desiderio umanissimo di vendetta sia giunta ad una consapevolezza: 

Prima di iniziare il mio cammino di fede e perdono, ho preso una decisione fondamentale: avrei cresciuto quei bambini insegnando loro che degli altri bisogna fidarsi, che nella vita è molto più facile incontrare il bene piuttosto che il male, che il rancore e la vendetta sono un veleno che toglie i colori del mondo. Che la rabbia è un sentimento anche legittimo, ma che bisogna aprire i pugni e lasciarla andare, perché ogni giorno vissuto odiando è un giorno in cui non sorge il sole.

 Ed è una decisione che Gemma persegue per determinazione e tenacia per tutta la vita. Un libro che intreccia il cammino personale, che nulla lascia fuori delle ferite,  e quello del tempo, della storia del nostro Paese.

Che racconta la lunga smemoratezza di uno Stato verso un suo funzionario, i processi seguiti alle dichiarazioni di Leonardo Marino e la condanna con sentenza definitiva nei confronti dei mandanti e degli esecutori. Racconta il risarcimento operato dal Presidente Ciampi quando nel 2004 conferisce la medaglia d’oro alla memoria, dal Comune di Milano che solo nel 2007 erige un cippo in via Cherubini, luogo dell’omicidio. Racconta ancora la stretta di mano e le parole nel 2009 con la vedova Pinelli nell’incontro voluto al Quirinale da Napolitano.

Un testo di grande, grandissima umanità e fede

Ma soprattutto è un testo di  grande, grandissima umanità e di fede. Che per Gemma Calabresi sono poi la stessa cosa. Dal necrologio scritto dalla mamma di Gemma per il Corriere della Sera: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” fino alla decisione irreversibile di perdonare chi ha infangato e ucciso. Perché “il perdono è come un ponte: c’è chi lo percorre partendo da una parte e chi da un’altra, ma a metà strada ci si incontra e ci si riconosce”. Parole che possono risultare incomprensibili ai più. Che si rendono autentiche e credibili nella storia e nella vicenda di una donna che ha compreso nella carne – come dice l’esergo di Gibran posto all’inizio del libro – che “la tempesta è capace di disperdere i fiori, ma non è in grado di disperdere i semi”.

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