Mi inserisco anch’io nella riflessione avviata di recente da Franco Pizzolato in ordine al tema discusso - e giornalisticamente sensibile - delle differenze tra papa Francesco e papa Leone.
Un argomento che solletica tanti, in particolare coloro che vogliono sottolineare con enfasi il “nuovo corso” che, a loro dire, porta inevitabilmente con sé la sconfessione del pontificato precedente. La rozzezza della tesi è evidente. Eppure in questi mesi su questa sbandierata convinzione alcuni siti hanno fatto fortuna.
Custodire il fuoco, non adorare le ceneri
In realtà, come sempre, la questione è più complessa. Il gesuita francese Michel de Certeau ha scritto che la tradizione del Vangelo non si attua nelle Chiese secondo il paradigma della ripetizione ma piuttosto della riforma, delle “rotture instauratrici”. L’autentico processo di tradizione è insieme fedeltà e rinnovamento: entrambi si nutrono reciprocamente.
Così è per la vicenda storica dei pontefici: una “linea rossa” li collega uno ad uno ed insieme permette di sottolineare aspetti originali. In fondo, “la tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri” (G. Mahler). I toni e lo stile possono essere diversi perché hanno a che fare con la storia delle persone ma i contenuti – che non prescindono dal centro, ovvero dalla vicenda di Gesù Cristo ricompresa qui e adesso – non possono essere diversi.
Le periferie e il rovesciamento radicale di papa Leone. E sui migranti...
Deve essere stato un duro colpo per coloro che amano definirsi “tradizionalisti”, leggere ciò che papa Leone ha detto ai Movimenti popolari ricevuti in Vaticano il 24 ottobre scorso. Ascoltare, sin dalle prime parole, che “le cose nuove si comprendono meglio dalla periferia”, citando pari pari quel papa - per loro da dimenticare - di nome Francesco. E come lui sostenere che serve un rovesciamento radicale: non più la verità vista dall’alto ma dal basso, non più da centro dai margini. Dal margine, dalla periferia, papa Leone ha fatto propria la “bandiera sociale” di Francesco: terra, casa e lavoro. Dicendo con fermezza: “Sono diritti sacri. Vale la pena lottare per essi e voglio che mi sentiate dire: “Ci sto! Sono con voi!”
E Prevost, americano e cittadino peruviano che ben conosce i margini, è tornato, con parole decise, a parlare dei migranti e in particolare dell’“abuso dei migranti vulnerabili” in nome di una malintesa sovranità nazionale. “Vorrei accennare al tema della sicurezza. Gli Stati hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani”.
I "poeti sociali" di Papa Francesco. E di papa Prevost
“Allo stesso tempo, – ha continuato il Papa – mi incoraggia vedere come i movimenti popolari, le organizzazioni della società civile e la Chiesa stiano affrontando queste nuove forme di disumanizzazione, testimoniando costantemente che chi si trova nel bisogno è nostro prossimo, nostro fratello e nostra sorella. Questo vi rende campioni dell’umanità, testimoni della giustizia, poeti della solidarietà”. E, riprendendo una splendida immagine di Bergoglio, ha detto: “Voi siete poeti sociali”.
Riferendosi poi alle azioni messe in campo dai Movimenti popolari in tutto il mondo, papa Leone ha detto che “quando si formano cooperative e gruppi di lavoro per sfamare gli affamati, dare riparo ai senzatetto, soccorrere i naufraghi, prendersi cura dei bambini, creare posti di lavoro, accedere alla terra e costruire case, dobbiamo ricordarci che non si sta facendo ideologia, ma stiamo davvero vivendo il Vangelo”. Infine, concludendo, ha ribadito che “la Chiesa sostiene le vostre giuste lotte per la terra, la casa e il lavoro. Come il mio predecessore Francesco, credo che le vie giuste partano dal basso e dalla periferia verso il centro. Le vostre numerose e creative iniziative possono trasformarsi in nuove politiche pubbliche e diritti sociali”
In nome del Vangelo
Tutto questo – come Francesco, Benedetto, Giovanni Paolo, Paolo, Giovanni – dunque in nome del Vangelo. Che mette al centro le persone, non il profitto.
Che ha un concetto molto diverso di centro e di periferia.
Che, come dice bene il Magnificat, non può essere neutrale ma è sempre di parte. Che sceglie chi sta ai margini, chi vive nelle periferie. I luoghi migliori e privilegiati dove mettere a fuoco l’immagine del Cristo.