Lo psicologo canadese Albert Bandura, padre del concetto di modeling sostiene che una persona (osservatore) modifica il proprio comportamento osservando un’altra persona (il modello). Non si tratta di pura imitazione ma di un articolato processo di apprendimento che può essere di grande aiuto nell’educazione.
Bandura non si definiva cristiano e nemmeno uomo religioso. Tuttavia, il suo studio sull’Apprendimento Sociale ha spunti molto interessanti per chi si occupa della fede e della sua testimonianza. L’idea di riconoscere figure capaci di dare ispirazione, l’appropriazione di modelli di comportamento positivi, il concetto dell’auto-efficacia personale applicata alla vita spirituale sono tutte opportunità che da sempre la pastorale percorre, in maniera più o meno consapevole. Le loro radici, secondo alcuni, sono nella stessa tradizione biblica che narra grandi storie che affascinano e coinvolgono per generare nuova vita nel popolo di Dio.
«L’apprendimento è bidirezionale: apprendiamo dall’ambiente e l’ambiente apprende e viene modificato dalle nostre azioni» (Albert Bandura)
Semplificando molto si potrebbe dire che poter attingere a modelli positivi e a buoni esempi imitabili arricchisce e rende praticabile l’annuncio della fede. Molto prima di questo fine studioso del comportamento umano, Gesù stesso diceva ai suoi apostoli “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,15).
Più che lunghi e articolati discorsi, Gesù ha annunciato il Regno di Dio con esempi coinvolgenti (le parabole) e gesti eclatanti. Quando si è chinato davanti ai discepoli e con brocca e asciugamano e ha iniziato a lavare e asciugare i loro piedi ha suscitato grande scandalo e indicato così una via percorribile. Le sue azioni sono rimaste nella storia e nella coscienza della Chiesa come un vero e proprio comandamento: un imperativo scolpito nella roccia.
«L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri» (Paolo VI)
Il tema del “buon esempio” non va inteso in chiave moralistica. Va liberato dalla logica ricattatoria per la quale colui che osserva – tipicamente un figlio – debba replicate le gesta che gli sono state offerte in maniera identica, quasi come se si trattasse di un automatismo. Va accettata la complessità del processo: ognuno recepisce la realtà in forma personale e libera. Il mondo interiore si accende di fronte alla vita e si apre a un cammino imprevedibile, proprio per questo interessante.
Non ci si più fermare a porre il “buon esempio” davanti agli occhi dell’umanità: c’è un senso profondo da raggiungere e una parte del cuore umano da attivare. Nel caso di Gesù, dice bene il biblista e monaco di Bose Luciano Manicardi: «Al centro dell’annuncio biblico e della prassi di Gesù non vi è il “servizio”, ma l’“essere servi”. Distinzione importante per non cadere in una esteriorità del servire come “fare cose buone per gli altri” dimenticando la qualità personale di chi serve. Ovvero: si possono fare molti buoni servizi nella Chiesa senza avere alcuna santità».
«Chi si vanta, si vanti nel Signore» (San Paolo)
Se l’imitazione è un processo così decisivo per la formazione della personalità non c’è dubbio che dovremmo prestare un po’ di cura a come orientiamo il nostro sguardo, a cosa decidiamo sia degno della nostra attenzione e a che cosa vorremmo che gli altri vedessero. Altrettanto va indagato il modo in cui i modelli positivi vengono interiorizzati e che cosa generano. La pratica del modeling per i cristiani – in un momento in cui la trasmissione della fede sembra congelata e i linguaggi praticati dalla Chiesa risultano tutti muti – è una questione urgente e comunitaria: pur avendo consapevolezza dei limiti e delle fragilità che inesorabilmente attraversano persone e collettività, non possiamo rinunciare a far emergere buone storie, atteggiamenti virtuosi, buone prassi inclusive per mostrarne tutta la positività.
Non si tratta di trovare motivi di vanto per sentirsi migliori di altri o per rivendicare un posto nel mondo. Non ha alcun senso pensare a una Chiesa in diritto di essere accentratrice e monopolista del bene. Soprattutto non c’è nessun diritto dato ai credenti di imporre una propria visione della realtà come se si dovesse combattere una crociata culturale o una nuova colonizzazione di questa stagione della storia. Ciò non toglie che per i credenti (e probabilmente per tutti quelli che Giovanni XXIII definiva “gli uomini di buona volontà”) c’è un dovere etico di offrire forme riuscite di vita buona e favorire la loro assimilazione: è un servizio al bene, alla verità, al futuro. Se tutti, nell’epoca dei social, sono continuamente esposti a ogni tipo di modello di comportamento, è fondamentale educare alla pratica del discernimento. Ed è necessario consegnare buo uone storie con gratuità, a chiunque.