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C’è una casa nel bosco

arte potere

Molto scalpore e molte discussioni ha suscitato la vicenda di Palmoli (Chieti), che ha visto protagonisti i coniugi australiani Birmingham-Trevallion, i quali hanno deciso di vivere nel bosco abruzzese con i piccoli figli, senza preoccuparsi di soggiacere a norme abitative, sanitarie e di istruzione previste dallo Stato italiano

 

 

 

Rivendicando una libertà di scelta che privatizza del tutto la vita che in uno Stato moderno e di diritto non può non essere anche sociale e che ha il diritto di controllare che non sia reato: e quindi non può non interferire con il diritto della libertà individuale, specie quando - come in questo caso - essa condiziona dei “minori”, che non possono essere considerati possesso esclusivo dei genitori.

Le discussioni si sono sviluppate soprattutto sul diritto dello Stato, sul rapporto tra legge e libertà, e sul rapporto tra individuo e Stato, e qui soprattutto in ambito sanitario ed educativo. Senza sottovalutare quelle dispute e senza escluderle, noi vorremmo qui proporre alcune considerazioni di carattere politico. Non dimenticando che questa vicenda presenta palesi analogie anche con alcune resistenze anti-Covid che hanno attraversato nel recente passato il nostro corpo sociale.

Lo Stato è invadente e l’individuo è libero

Nella sua globalità quella vicenda, che ora si sta svelenendo per via di rinunce reciproche (dello Stato a punire e degli individui a ignorare la loro posizione civile non solo individuale), si può inserire nell’ampio alveo della resistenza ad uno Stato considerato invadente, perfino in settori che sembrano di genuina pertinenza personale e famigliare, come quello dello stile di vita domestico e della educazione (con rivendicazione di Homeschooling e Unschooling, cioè “scolarizzazione domestica” e “nessuna scolarizzazione”). In tal senso si muoveva e si muove agilmente la posizione di certa Destra, in particolare di quella identitaria leghista in Italia, che vuole contrastare lo Stato di ispirazione sociale a favore di uno Stato liberistico minimo o dei gruppi comunitari. E anche del mercato: che ognuno scelga il proprio fornitore di prestazioni o addirittura nessun fornitore.

Ma essa trova un alleato in alcune posizioni radicali libertarie che, per altri aspetti, potremmo considerare di Sinistra, le quali vogliono affermare non la distinzione, ma la separazione dei diritti individuali da quelli sociali e comunitari, in specie a proposito di stili di vita alternativi (ambientalismo, ecologismo, sostenibilità ambientale e sobrietà): la resistenza  allo Stato in questo caso serve a esprimere la lotta contro l’invadenza di valori che stanno alla base dello Stato borghese.

Mentre nel primo caso sono l’educazione e la prevenzione i problemi più rilevanti, e si risolvono grazie alle capacità dell’individuo forte di decidere e di resistere da solo, nel secondo sono più importanti gli aspetti che servono a stimolare un decisivo intervento della società e dello Stato a favore della scelta di fondo indipendente dell’individuo, che resta alternativa.

In entrambi i casi si assiste alla lotta – sia da Destra sia da Sinistra – dell’individuo contro il potere pubblico, esercitato oggi dallo Stato, perché esso non diventi – secondo la Destra - Stato etico (cioè Stato come usurpatore e arbitro del costume della comunità) o – secondo la Sinistra – Stato di polizia (Stato che va contro i diritti inalienabili dell’individuo).

Ma l'individuo e la persona non sono la stessa cosa

Il discorso si farebbe più corposo e fondativo se al posto dell’”individuo”, facessimo funzionare il concetto di “persona”, cioè dell’individuo che realizza se stesso solo in unione con altri e quindi in una società di scala superiore che è lo Stato, il quale a sua volta è tale solo se rispetta il complesso dei legami relazionali e comunitari.

E se vedessimo il complesso gioco che c’è tra diritto individuale e diritti sociali, che non sono in contrapposizione, ma che si sostengono a vicenda, sicché i diritti dell’individuo e del gruppo identitario sono assunti dallo Stato che governa la relazione tra i diversi e la rende arricchente.

Insomma: ogni diritto, entrando in relazione, assume il dovere della responsabilità del suo escrcizio nei confronti di tutti.

La Destra divisa tra chi vuole lo Stato forte e chi lo vuole debole

Ma qui vorremmo invece concludere con un’atra considerazione, più spiccatamente politica e situata. Che oggi deve prendere atto che sono le Destre al governo in Italia e quello della Destra sembra il trend attuale nel mondo occidentale. Queste Destre, da un lato, vogliono lo Stato forte in quanto tutore dell’ordine, perfino nei risvolti delicati della libera espressione del pensiero.

Ma, nel caso della “casa nel bosco”, lo vorrebbero debole contro chi non ne rispetta l’ordine che si è dato e che non vuole cedere. La contraddizione turba un po’ lo schieramento di Destra e lo divide. Tanto che qualcuno ha rilevato il diverso tono tra la Lega (difesa della coppia australiana) e Forza Italia (critica), e una posizione mediana imbarazzata di Fratelli d‘Italia, custode dello Stato forte e dell’ordine, ma timorosa di difendere lo statalismo di impronta sociale.

La Destra che difende chi può pagarsi i propri privilegi

A tener invece insieme la maggioranza sono, come al solito, l’attacco alla Magistratura che è intervenuta contro la coppia canadese nel nome della legalità e quello alle istituzioni scolastiche che hanno voluto tutelare il diritto dei minori a ricevere una istruzione e una socializzazione adeguate. Ma c’è anche una idea politica comune che unisce le Destre al governo: l’idea che per loro lo Stato forte non è in questo caso lo Stato di polizia tradizionale che limita la libertà di chi vuole vivere come vuole (anche trasgredendo la legge), ma è lo Stato oligarchico, che mentre difende chi può permettersi di vivere come vuole, non offre a chiunque la possibilità di vivere come dovrebbe.

Difende infatti chi può fare a meno della sanità pubblica (perché può permetterselo), ma considera ingerenza dello Stato (statalismo) privilegiare la sanità di tutti gli altri, e sono i più. Difende quelli che non vogliono curarsi e istruirsi nel pubblico, perché possono permettersi di fare scelte diverse; ma abbandona quelli che vorrebbero curarsi e istruirsi pubblicamente, e non possono farlo in maniera adeguata.

Noi crediamo invece che, se le scuole e la sanità pubbliche non funzionano, non bisogna primariamente preoccuparsi di tutelare quelli che fanno altre scelte (magari in trasgressione alla legge) ed esaltare la libertà di non avvalersi dei servizi pubblici, ma intervenire in maniera decisa perché prima di tutto dei servizi pubblici si possano avvalere quelli che ne hanno bisogno e non possono permettersi di farne a meno. Questa sarebbe la priorità, più che la difesa di non-cura o cura privatizzata. Solo allora, a ben vedere, la scelta del rifiuto sarebbe effettiva e non obbligata: non uno sfizio per pochi agiati o una necessità per molti indigenti.

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