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Un'immagine alla settimana - Rubrica a cura di Osvaldo Roncelli

La morte in diretta. Francisco Goya – “3 maggio 1808″

Goya

Un dipinto per raccontare Invasione, resistenza, rappresaglia …e interroga: “Quale destino per la ragione?” La sua straordinaria attualità. Che significati può avere mostrare spudoratamente al mondo la fine di una vita, profanare i momenti più nobilmente intimi della  sacralità di una persona; sono immagini che muovono coscienza, stimolano discernimento o preparano l’assuefazione alla violenza?

 

 

 

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Contesto storico del dipinto: espansioni imperiali e stretti marittimi sempre tragicamente attuali

1804 - Napoleone Bonaparte si incorona imperatore dei francesi con ambiziosi progetti; tra i tanti, il controllo dello stretto di Gibilterra all’epoca in capo alla Spagna, ma strategico per l’impero coloniale francese.

Nel novembre del 1807 la “Grande Armée” invade la Spagna, il debole re viene costretto ad abdicare in favore di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Il 2 maggio 1808, alla partenza per l’esilio della famiglia reale, il popolo spagnolo insorge: è la “rivolta del 2 maggio”. Murat, capo dell’esercito francese, proclama la rappresaglia.

Le esecuzioni di massa cominciano il giorno seguente, 3 maggio 1808; inizia anche - e durerà a lungo - la resistenza spontanea, capillare, diffusa, strisciante del popolo contro l’invasore: sarà la prima “guerriglia” della storia moderna.

La morte in diretta

Nel 1814, con la prima caduta di Napoleone, l’immaginario popolare spagnolo celebra i ribelli, primo romantico simbolo di eroico patriottismo. Goya, artista già di rottura per forme e contenuti, scrive:

Sento forte il desiderio di perpetuare, per mezzo dei miei pennelli, le azioni e le scene più eroiche e notevoli della nostra gloriosa insurrezione contro il tiranno d’Europa.

Dipinge in poco tempo “3 maggio 1808”; racconta e mette spietatamente in scena “la morte in diretta”.

Non è ancora l’alba del 3 di maggio del 1808, quando le truppe napoleoniche concentrano centinaia di spagnoli in vari luoghi intorno a Madrid e iniziano le esecuzioni sommarie.

 

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Francisco Goya - Fucilazione del 3 marzo 1808 - 1814, cm 266x347 - Museo del Prado, Madrid

 

Nel buio la scena è proposta in obliquo, quasi come a mitigare l’impatto violento della visione frontale: a sinistra la processione delle vittime - i già uccisi a terra, poi gli esposti al plotone, in coda i moribondi in attesa; a destra i carnefici - allineati di spalle, più fantocci che uomini, “anonimi automi programmati per uccidere”. Le baionette, sguainate e allineate, scandiscono la tragica relazione tra i soldati - vincitori “apparenti” - e i vinti.

Al cento una surreale grande lanterna cubica illumina la scena. La sua luce è coperta dall’allineamento del plotone d’esecuzione e la parte destra della scena resta in inquietante penombra; dà luce solo ai già morti straziati e ai pronti, esposti al plotone. Proprio il più prossimo alla morte emerge investito di luce e di colore; la sua figura - braccia aperte, occhi sbarrati - riverbera a contrappunto della lanterna: stessi colori, medesima luminosità.

L’uomo è un popolano anonimo, come anonima sarà la sua sepoltura in una fossa comune.

“Fermo immagine”

Goya non vuol fare una pala di martirio, né la celebrazione di un eroe: fa semplicemente, con un “fermo immagine”, la cronaca in diretta di un accadimento. L’immagine diventa documento, testimonianza di un fatto che muova coscienza e stimoli discernimento.

Il dipinto anticipa il potere degli “strumenti di informazione di massa” e la potenza emozionale delle immagini, anche di semplice cronaca.

Tonalità scure e tetre - tecnica volutamente scadente, pennellate rapide, colori fangosi - creano pathos intorno alla rappresentazione della morte; gesti e oggetti banali evocano a cascata molteplici simboli; la figura, in ginocchio, apre le braccia in un gesto da crocifisso e sul palmo aperto della mano si vede una ferita molto simile alla piaga lasciata da un chiodo.

 

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Il candore della camicia identifica l’anonimo condannato come vittima di ideali sconfitti.

Lanterna

Soprattutto la lanterna - forse autentica protagonista del quadro - allude a significati concatenati, oltre la citazione dei lumi della cattura di Cristo nell’orto del Getsemani.

 

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Qui non è metafora di presenza divina, né di miracolo; rovesciando il simbolo, diventa banale strumento tecnico per illuminare l’esecuzione, mirare con precisione al bersaglio nel buio dell’alba.

Allude anche a ben altro: al tradimento dell’Illuminismo, di quella luminosa ragione, fondamento di nuovi saperi, di nuova politica, di ideali di fratellanza, uguaglianza, libertà che proprio dalla Francia, avevano animato le speranze dell’Europa: più razionalismo che ragione, per il profitto e lo sviluppo economico.

La “crisi” dell’Illuminismo

Il dipinto ha una storia di rimozione e censura; non viene citato da documenti coevi alla sua realizzazione; per più di mezzo secolo sparisce, non risulta esposto. Nel 1867 - a seguito dei molti studi sull’opera di Goya - per la prima volta viene enumerato negli inventari del Museo del Prado; verrà esposto solo 5 anni dopo.

Nell’anno 2009, il Prado inserisce “3 maggio 1808” nella lista dei suoi 14 più importanti capolavori.

Molto significativa questa rimozione. Sono i primi segni della crisi dell’illuminismo che, maturata, segna pesantemente i nostri tempi.

Inutili immagini oltre la ragione

In “3 maggio 1808 Goya mette in scena la morte in diretta come drammatica sconvolgente testimonianza delle travagliate vicende del suo tempo.

Nella cronaca ormai quotidiana, la “morte in diretta” diventa narrazione sensazionale, immagine da consumare: poca pietas, tanto spettacolo.

Che significati può avere mostrare spudoratamente al mondo la fine di una vita, profanare i momenti più nobilmente intimi della  sacralità di una persona; sono immagini che muovono coscienza, stimolano discernimento o preparano l’assuefazione alla violenza?

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