Marina Berlusconi, per evitare - lei sostiene - che le grandi questioni di una Giustizia «terza», equilibrata ed autorevole, poste dal referendum sulla «divisione delle carriere», vengano ridotte ad una lotta polarizzata tra fazioni ideologizzate, ha scritto a Repubblica perché il pubblico dei lettori liberal di quel giornale possa riconoscersi in alcuni punti salienti a favore del «sì», facendo fare agli italiani un gran passo avanti sulla via della modernizzazione giudiziaria.
Più furba che bella
Una mossa elettorale furbastra nella sua apparente «liberalità», che mira da un lato ad evitare che la vittoria, sempre più plausibile, del «no» al referendum si traduca in un giudizio di condanna politico-istituzionale e nel conseguente tracollo del governo Meloni: lo fa stemperando i toni da crociata della destra contro una Magistratura rappresentata come una sentina di appetiti famelici e di poteri oligarchici debordanti; lo fa fingendo di togliere il patrocinio del nome di suo padre - e del suo gruppo politico-industriale - alla finalità del progetto politico sotteso alla riforma costituzionale di cui il referendum chiede la conferma popolare.
La Signora Berlusconi, dall’altro lato, cerca di pescar voti tra i tanti a «sinistra» che sono tentati di pensare che il «sì» al referendum possa essere, nonostante tutto, un tassello utile al superamento organizzativo-istituzionale del sistema corporativo-castale su cui poggia la cultura giurisdizionale nel nostro paese: per intenderci, il vero nodo storico del problema che uscirà irrisolto (se non aggravato) dagli esiti referendari.
Non proprio una lezione di educazione civica
La cattiva coscienza della Berlusconi emerge chiaramente quando individua il punto saliente intorno al quale sancire un «patto» referendario tra i cittadini: la distinzione dei «binari» su cui devono correre «giustizia» e «politica». Così l’imprenditrice conferma che il fine principale non è separare le carriere dei magistrati per creare le premesse per un sistema giudiziario più efficiente nell’esercizio delle sue funzioni democratiche al servizio dei cittadini comuni, ma «la creazione di un netto argine all’influenza della politica all’interno del Csm», rappresentato come in «balia del giogo delle correnti».
Cercando di seguire, e si fa fatica, il ragionamento, la Signora Berlusconi sostiene che occorra dare il proprio consenso ad una riforma attraverso la quale la «Politica» (soggetto attivo dell’influenza) si propone di impedire a se stessa di influenzare il Consiglio superiore della Magistratura (oggetto passivo dell’influenza) utilizzando la frantumazione e l’indebolimento della capacità di rappresentanza degli organi di autogoverno dei magistrati, ma lasciando sostanzialmente inalterata la componente politica di quegli stessi organi perché possa continuare ad esercitare la sua influenza, si dà per scontato, nefasta.
Alla fine, Marina Berlusconi, indifferente alla delicatezza dei sistemi istituzionali democratici ed al problema della legittimazione popolare degli stessi, invita i cittadini ad una «santa alleanza» per sconfiggere l’arroccamento protervo della «Magistratura», olisticamente intesa come bolgia correntizia, nella difesa del suo diritto di farsi bellamente condizionare dalla «Politica», olisticamente intesa come piovra immorale e parassitaria sanguisuga. Bella lezione di Educazione civica ai giovani, si deve proprio dire….
Un particolare retropensiero
Che non sia vero il postulato, lo conferma la divisione delle forze politiche in materia, a meno che non si voglia sostenere, ed è la vera natura del conflitto in atto, che l’influenza della «Politica» sulla «Magistratura» sia a senso unico: i magistrati «rossi» longa manus della «Sinistra». Ma se questo è vero, l'intento della riforma , allora, non sarebbe quello di impedire l’influenza politica in generale, ma la (presunta) «politicizzazione» di sinistra di «alcuni» magistrati.
Infatti la libertà inquirente del magistrato, che nelle inchieste giudiziarie lo autorizza a non tenere conto degli equilibri di potere e del sistema di interessi che il contrasto di alcune (e sottolineo «alcune») fattispecie di «reato» scoperchia e altera, da tempo immemore viene contestata perché, nei fatti, avrebbe consentito e consentirebbe di usare unilateralmente l’autorità giudiziaria, a mo’ di strategia seguita da alcuni «pentiti» di mafia, contro le forze politiche opposte a quella in cui militerebbe il magistrato inquisitore (tendenzialmente a sinistra). Se la politica deve influire, sembrano dire i sostenitori di questa logica ubriaca , che almeno lo possano fare tutti…
In mezzo alla crisi. Da gestire
Questa folle crisi democratica ha, naturalmente, un’origine: la distruzione del sistema novecentesco dei partiti di massa a seguito di una «rivoluzione giudiziaria». La crisi di sistema ha sovraesposto la Magistratura, per le conseguenze politiche del contrasto alla degenerazione incancrenita dei rapporti tra società civile e sistema politico e per il ruolo in prima linea assunto nella repressione delle organizzazioni criminali radicate in quel sistema. Una sovraesposizione che ha mostrato tutti i limiti e le contraddizioni della transizione politica ad una seconda repubblica in cui l’estinzione delle tradizioni politiche costituzionali e delle organizzazioni democratiche di massa ha alimentato il trionfo dell’antipolitica e la deriva autoritaria.
La Magistratura oggi è il luogo istituzionale dove si concentra l’eredità migliore del rinnovamento politico-civile tardo novecentesco italiano (basti un nome-simbolo: Giovanni Falcone) e dove si osserva la inevitabile partecipazione delle «correnti» al suo interno (la cui storia è ben più complessa di come la si rappresenta) alla crisi politica e morale del nostro tempo.
Gestire questa realtà dei «magistrati» richiederebbe una memoria storica, una capacità dialogica, un culto costituzionale del «bene comune» che a questa classe di governo (e dirigente) si fa fatica ad attribuire. A maggior ragione non si può firmare una delega in bianco alle riforme ed alle prassi che, sulle premesse poste da Marina Berlusconi, potrebbero essere adottate in caso di vittoria, sciagurata, del «sì».
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