Il Sinodo, il messaggio pressante di papa Francesco che ricorda che la Chiesa è madre di tutti. La Chiesa, anche quella di Bergamo, cerca di farsi attenta a situazioni di fragilità.
Le parole di Papa Francesco, pronunciate alla Giornata Mondiale della Gioventù 2023 a Lisbona, continuano a riecheggiare nella nostra memoria:
Tutti. Tutti. Tutti. Nella Chiesa c’è posto per tutti. Padre, ma oggi sono un disgraziato, c’è posto per me? C’è posto per tutti. Tutti insieme, ognuno nella sua lingua… ognuno nella sua lingua ripetete con me: tutti, tutti, tutti. Non riuscite a sentirlo? Di nuovo: tutti, tutti, tutti. E questa è la Chiesa, la madre di tutti. C’è posto per tutti. Il Signore non punta il dito, ma apre le braccia».
Chi è il mio prossimo?
Nel 2023 il Cammino sinodale era nel pieno del suo svolgimento e questo messaggio è stato subito recepito e ripreso. Non a caso un paragrafo del documento finale Lievito di pace e di speranza, il numero 30, è intitolato proprio: Tutti, tutti, tutti. Questo paragrafo è inserito nella seconda parte del documento, dedicata al rinnovamento sinodale delle modalità e delle prassi ecclesiali. Qui si apre una particolare riflessione sull’ambito delle relazioni difficili interne alla nostra Chiesa, che è sempre più chiamata a dialogare con un tempo che la interpella in modo non procrastinabile; chiamata a “camminare con” l’uomo del ventunesimo secolo, che porta con sé una casistica di differenze esistenziali davvero marcata.
Per certi versi ci viene chiesto di riflettere ancora e ancora sul tema della prossimità, mai esaurito per un cristiano. La domanda resta quella del dottore della Legge rivolta a Gesù: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29).
Ecco, il prossimo è anche qualcuno che, pur essendo battezzato e desiderando fortemente avvicinarsi ai sacramenti, non può farlo perché la sua situazione affettiva o familiare lo colloca ai margini della vita ecclesiale e sacramentale. Stiamo parlando di persone che vivono una seconda unione, una convivenza di fatto, un matrimonio o un’unione civile: è persino difficile fare un elenco di tutte le possibili situazioni, ed è altrettanto difficile definirle senza rischiare di aprire ferite o creare barriere linguistiche.
L’importanza del linguaggio inclusivo
Il Cammino sinodale ha prestato molta attenzione anche alla dimensione del linguaggio, che può diventare molto doloroso se utilizzato in modo improprio, etichettante o giudicante. Perciò, nel corso della Terza Assemblea (marzo–aprile 2025), i gruppi sinodali, emendando le proposizioni dello strumento di lavoro, ne hanno anche riformulato il linguaggio, cercando di renderlo più fedelmente espressivo della realtà alla quale si riferiva. Non è stato facile, ma il clima di ascolto reciproco ha permesso di giungere a compromessi equilibrati. Questo lavoro è stato possibile anche perché alle assemblee del Cammino sinodale erano presenti persone che vivono concretamente queste situazioni, e la loro voce è stata determinante.
È importante restituire il clima di reale corresponsabilità fraterna vissuto durante le Assemblee del Cammino sinodale, nelle quali c’è stata voce e ascolto per tutti, tutti, tutti.
La diocesi di Bergamo e le situazioni virtuose di accoglienza
Che proposta ha la Chiesa “rinnovata e sinodale”, e “in ascolto”, nei confronti di tali situazioni?
Mi pare interessante notare che la questione è emersa con forza anche nella nostra Diocesi, soprattutto nelle sintesi parrocchiali pervenute alla segreteria del Cammino sinodale durante la fase narrativa (anni 2022-2023) — per intenderci, quella in cui si è riflettuto con l’aiuto dei “Cantieri di Betania”. In particolare, i cristiani di Bergamo hanno espresso grande stima nei confronti del lavoro del gruppo La Casa, che da anni è presente su questo fronte e accompagna con discrezione e solidarietà persone segnate dalla sofferenza di una separazione familiare, offrendo percorsi di fede capaci di sostenere e aiutare a ritrovare serenità, fiducia e una rinnovata motivazione spirituale.
La richiesta si muove dunque in questa direzione, con la preghiera di tener sempre presente che dentro i “casi” ci sono persone, e che le persone hanno sentimenti e bisogni: tra questi, ad esempio, quello di un accompagnamento autentico, coordinato e orientato verso l’integrazione all’interno della comunità (e non verso l’esclusione).
Non solo i preti
I passi da compiere sono già ben indicati dalle tre scansioni elencate da Papa Francesco nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia: accompagnamento, discernimento, percorsi di integrazione.
Tra le molte proposte, mi pare che una strada possibile sia quella di lavorare all’interno dei nostri territori perché si formino tempi e luoghi di ascolto di questa “fragilità”. Il presbitero è sempre stato colui che da solo discerneva i singoli casi: non sarebbe bello se, insieme a lui, si muovessero anche le famiglie della parrocchia, magari organizzate in un’équipe che si occupi della pastorale delle famiglie, rendendo tangibile il sostegno e la vicinanza dell’intera comunità?
A questo proposito l’Ufficio Diocesano per la Famiglia e gli Anziani è già al lavoro, formando famiglie perché operino insieme al presbitero in parrocchia, in unità pastorale e nella comunità ecclesiale territoriale, proprio riguardo a tutto ciò che concerne la cura pastorale delle famiglie.
Il paragrafo 30 affronta anche un altro emergente bisogno di attenzione, quello riguardante le persone omoaffettive e transgender che già appartengono alla comunità cristiana, nei confronti delle quali si chiede di «promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società» (Lievito di Pace e di Speranza – Parte I – n. 30 c).
Capiamo che si tratta di capitoli impegnativi, che non possono essere sbrigati in poche righe. Importante è, a mio avviso, essere coscienti del fatto che le Chiese in Italia, con i loro vescovi e le loro comunità, ci stanno pensando seriamente.
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