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“So mé ol preòst” e l’impossibile sinodo

I documenti del Sinodo “sognano” una Chiesa fraterna, comunitaria, partecipata.
Ma nelle nostre comunità regna il clericalismo.
Che non ha - e non deve avere - futuro

Qualche giorno fa, il moderatore della fraternità alla quale appartengo nella Diocesi di Bergamo ha inoltrato nel nostro gruppo WhatsApp “Preti Fraternità”, su indicazione del segretario generale diocesano, la Lettera ai sacerdoti sul percorso sinodale, a firma del Card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi e dell’arcivescovo Lazzaro You Heung Sik, prefetto della Congregazione del Clero.

Ero in Oratorio, in segreteria; avevo appena terminato di inserire i testi delle preghiere nella via crucis prevista di lì a pochi giorni con i ragazzi della catechesi, quindi ho potuto leggerla immediatamente.

Stiamo annegando

Premetto che ciò che sto per affermare è un’impressione del tutto personale, legata pertanto a ciò che percepisco dal mio minuscolo osservatorio di prete d’oratorio in due comunità al confine con la Diocesi di Brescia. Non sono pertanto a conoscenza di altre realtà diocesane né di ciò che avviene negli ambienti diocesani o curiali della mia diocesi.

La mia immediata reazione alla lettura attenta del testo è stata di profonda amarezza. Sì, amarezza, perché ho la percezione che quelli che il papa ha indicato come i maggiori pericoli per la via sinodale nella Chiesa siano le acque nelle quali stiamo annegando: formalismo, intellettualismo, immobilismo.

Ho già avuto modo di dire e scrivere, sentendomi per questo rivolgere la critica che manco di fiducia nello Spirito Santo, che io temo il Sinodo porterà soltanto all’ennesimo bel documento di 200/300 pagine. Sarà un bel documento con una bella immagine del papa sorridente in copertina, con tanta elevatissima teologia. Sarà un documentone capace di dir tutto e niente contemporaneamente, il quale porterà a non cambiare per nulla la vita delle comunità cristiane.

Un uomo solo al comando: il parroco

Perché? Perché quell’invocato ascolto, dono dello Spirito, che il papa implora dai suoi preti, è facile da trovare quanto un ago in un pagliaio. Il modello ancora imperante, seppur abbiamo le bocche piene di “comunità”, “fraternità” e “come dice papa Francesco” è quello, decisamente tradizionale (e tradizionalista) del “so me ol preost” (per i non orobici, “sono io il parroco”).

È l’espressione che mostra chiaramente il nucleo del suo contenuto: il clericalismo totale che vede il potere del parroco come assoluto, ab-solutus... sciolto da tutto e da tutti. Perché chiedere alla comunità, ai consigli parrocchiali e degli affari economici, alle equipe educative degli oratori, di costruire la pastorale insieme? Se “so me ol preost” ho il potere di decidere! Non ne ho bisogno.

I laici devono semplicemente eseguire quanto la mia mente illuminata e nutrita dagli studi aggiornati l’ultima volta sul sussidiario, insieme alle innate capacità pastorali, hanno stabilito. E che non rompano! Cosa vorranno sapere di Sinodi, di cose di Chiesa? Il modello ecclesiologico deve essere semplice: io comando, loro eseguono.

Ecco perché le sincere raccomandazioni, sostenute da autentica speranza, dei confratelli vescovi che ci hanno scritto una lettera così bella, sono state per me una pugnalata al cuore. Perché è evidente che quella è la strada che lo Spirito suggerisce, ma io ho l’impressione che noi stiamo guardando altrove.

Suono il flauto mentre la nave sta affondando

Le esperienze di comunità parrocchiali nelle quali si sia capaci di “scoprire sempre più l’uguaglianza fondamentale di tutti i battezzati e di stimolare tutti i fedeli a partecipare attivamente al cammino e alla missione della Chiesa” sono rare. Le poche che sono presenti rischiano di essere squalificate come “esperimenti” da preti invasati di Concilio e di “corresponsabilità laicale”. Non solo ma sono esposte al rischio del fallimento qualora al cambio del pastore venisse ripristinato il modello che va per la maggiore.

Il documento preparatorio ricorda che solo l’ascolto, il dialogo e il discernimento comunitario possono dare la capacità di “immaginare un futuro diverso per la Chiesa e per le sue istituzioni, all’altezza della missione ricevuta”: ma lo vogliamo?

Per quanto ho potuto vedere, prevale la resistenza ad ogni cambiamento e il desiderio di ripristino immediato dell’eterno ritorno dell’identico, a livello pastorale. Catechesi dell’iniziazione cristiana docet.

Non lo so... Certamente sarò io che sono cieco o sfiduciato, ma mi sembra di essere uno di quei suonatori che cercano di intrattenere come meglio può la gente sul ponte della nave mentre essa pian piano affonda, pensando di far credere che vada tutto bene.

Mi consola una sola cosa: il fatto che l’eventuale naufragare della nave del clericalismo non mi dispiace affatto.

E chissà, forse dalle acque, simbolo di purezza nella Bibbia, qualcosa rinascerà, e anche la Chiesa, come Mosè, potrà fare l’esperienza di essere salvata dalle acque scure di una nostalgia del passato glorioso che spegne lo Spirito.

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